Approfondimenti
Consegnate le firme, nuovo appello online
La Sezione Italiana di Amnesty International ha inviato oggi (16 ottobre) all'Ambasciata di Myanmar in Italia e al ministro degli Affari esteri Massimo D'Alema 58.000 firme a sostegno dell'appello, lanciato tre settimane fa dall'organizzazione per i diritti umani, per chiedere il rilascio dei manifestanti arrestati alla fine di settembre.
Sempre da oggi è possibile firmare on line sul sito dell'associazione un nuovo appello per la scarcerazione di un difensore dei diritti umani e di quattro tra promotori e appartenenti al movimento degli studenti della "Generazione 88", che da vent'anni, nonostante arresti e condanne a lunghe pene detentive, chiedono il rispetto dei diritti umani e riforme democratiche in Myanmar.
Amnesty International chiede un embargo internazionale sulle armi a Myanmar
Di fronte all’aumento del numero dei morti e dei feriti e degli arresti di
massa di manifestanti pacifici, Amnesty International ha chiesto oggi al
Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di imporre immediatamente un
embargo totale e obbligatorio sulle armi a Myanmar.
(leggi il comunicato completo sul sito di Amnesty Italia)
Perché diciamo grazie ai monaci del Myanmar
Lettera di Daniele Lugli e Mao Valpiana (Movimento Nonviolento)
In questi giorni molti si interrogano su come non lasciare soli i monaci e i cittadini birmani che lottano in modo nonviolento per un'esistenza libera e dignitosa. Credo che in primo luogo vada espressa la nostra gratitudine perché loro non ci hanno lasciati soli. Ci indicano una strada per uscire dalle strettoie, dai riti della politica e dell'antipolitica, urlati da differenti pulpiti, palchi e teleschermi, con scomuniche e invettive reciproche.
L'ascolto, la parola, la riflessione, il silenzio, la testimonianza mostrano la loro capacità di incidere in profondità anche nella difficilissima situazione birmana.
I monaci dicono che non si può realizzare né ottenere nulla di buono se non si ha sufficiente pace nell'anima. «Offrire aiuto ad un intero popolo senza abbracciare le armi è un dovere», affermano, «ogni monaco deve essere partecipe e sapersi sacrificare per lenire le sofferenze del popolo dove vive e pratica. Preghiamo perché tutto questo finisca e la Birmania possa contare su di un governo democratico».
Marciano a piedi scalzi. Hanno rovesciato le loro ciotole, perchè non vogliono accettare l'elemosina dai militari: “Io ti rispetto come persona, ma non accetto nulla dalla tua struttura di violenza”.
Manifestano senza bandiere di parte, solo quella con il pavone, simbolo di libertà e democrazia. Hanno rinunciato a segni distintivi per identificarsi nella sofferenza del popolo. Dai loro cortei non si levano slogan e proclami, ma una sola frase, in forma di preghiera: "viva la democrazia". Non portano cartelli, né striscioni, perchè il loro corpo disarmato è il messaggio.
Nella nostra situazione di grande privilegio non vediamo comportamenti paragonabili da chi si pretende guida spirituale o è chiamato a responsabilità di potere, né comportamenti significativamente migliori ci sembrano provenire da quanti, in modo a volte clamoroso, li contestano.
Siamo grati ai monaci birmani, ai cittadini che li accompagnano e proteggono, perché ci ricordano il valore di un metodo e di scelte sottolineate da due date vicine: 2 ottobre, anniversario della nascita di Mohandas Gandhi, "Giornata internazionale della nonviolenza" indetta dall'ONU, e 4 ottobre, anniversario della morte di San Francesco d'Assisi, patrono d'Italia, ricordato come inventore del presepe piuttosto che come costruttore di pace in tempi di crociate e difensore di ogni forma di vita.
Siamo vicini ai fratelli monaci birmani e li ringraziamo ancora per la loro lotta che fa tanto bene anche a noi, che dobbiamo trovare la forza per liberarci dalle basi militari e dalle bombe atomiche presenti sul nostro territorio, per uscire dai conflitti armati nei quali il nostro paese è coinvolto, per costruire una democrazia degna di questo nome.
Birmania: va bene il 'fiocco rosso', ma i nostri affari col regime?
(leggi l'articolo su Unimondo)
Myanmar: Amnesty International chiede al Consiglio Onu dei diritti umani di pretendere il rilascio dei manifestanti arrestati.
Domani manifestazione a Napoli. Oltre 35.000 adesioni on line all’appello su www.amnesty.it
Amnesty International ha sollecitato oggi il Consiglio Onu dei diritti umani, convocato in sessione speciale, a pretendere dal governo di Myanmar il rilascio di tutte le persone arrestate nel corso delle manifestazioni pacifiche degli ultimi giorni.
(leggi il comunicato completo)
Tratto da "Nonviolenza, femminile plurale n.131", Peppe Sini, Centro di Ricerca per la Pace di Viterbo:
BIRMANIA. CYNTHIA BOAZ E SHAAKA BEYERLE: LA RIVOLUZIONE COLOR ZAFFERANO
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: per averci messo a disposizione nella sua traduzione il seguente articolo del 7 ottobre 2007. Cynthia Boaz e' docente di scienze politiche e studi internazionali all'Universita' di New York. Shaaka Beyerle e' consigliera anziana del Centro internazionale per la lotta nonviolenta]
Solo perche' non vediamo piu' dimostranti, non significa che siano scomparsi. Il regime birmano vuole farci credere di aver "ripristinato la normalita'" nel paese. Vogliono che noi si deduca che la repressione ha avuto successo e che la resistenza e' stata distrutta.
Ma non e' questa, la vera storia che viene dalla Birmania. Nessuno dovrebbe essere sorpreso di come il regime ha reagito: dopo tutto, questo e' cio' che i regimi fanno quando devono affrontare il dissenso. Gli effetti della protesta possono essere piu' profondi e durare piu' a lungo degli effetti del terrore scatenato contro i cittadini birmani.
Leader democratici esiliati, monaci e studenti, tutti dicono che il movimento e' vivo e che, secondo le parole di un rifugiato, la gente comune "sta dedicando se stessa alla lotta per la vittoria in Birmania". Ci sono alcuni segnali incoraggianti che indicano come questo impegno si stia traducendo in una sistematica strategia di indebolimento delle fonti di sostegno e controllo della giunta.
Sin dall'inizio, il movimento ha appreso come coordinare "linee" o liste di persone guida, cosi' quando uno dei leader e' stato arrestato o neutralizzato in altro modo, un'altra persona ha rapidamente preso il suo posto. E' esattamente cio' che e' accaduto dopo la prima ondata di arresti, e dopo la seconda, e dopo la terza. Osservatori presenti in Birmania sostengono che ve ne sono altri, molti altri, pronti a farsi avanti.
Inoltre, mettendo i monaci all'avanguardia, il movimento ha svelato l'intrinseca mancanza di legittimita' politica e di autorita' morale del regime. Reprimendo duramente la parte piu' rispettata ed onorata della societa', il regime ha ferito la vera anima della Birmania.
Questo ha reso attivi segmenti di popolazione che sino ad allora erano rimasti ai margini della protesta, inclusi insegnanti, abitanti dei villaggi e persino funzionari governativi.
Un corrispondente dallí'Asia per la Bbc ha recentemente osservato: "E' ovvio che nonostante i loro enormi sforzi per soffocare qualsiasi tipo di opposizione, la domanda a cui i generali che governano la Birmania devono rispondere non e' 'se' le proteste antigovernative ritorneranno, ma 'quando'". Non ci e' voluto molto tempo. Gia' ora, giungono notizie che i cittadini di Rangoon sono impegnati in "proteste silenziose", come il non guardare l'emittente televisiva di stato, o spegnere le luci, che simboleggiano il loro rigetto della propaganda di regime.
Gente comune ha sottratto il proprio consenso al regime ed e' decisa ad impegnarsi nelle azioni di protesta che vengono loro proposte, creative e a basso rischio. I loro passi seguiranno quelli dei coraggiosi resistenti nonviolenti che si opposero alla giunta di Pinochet in Cile, al regime dell'apartheid in Sudafrica, e al dittatore Marcos nelle Filippine.
Tutti costoro dovettero affrontare la repressione, pure trovarono azioni nonviolente atte a smantellare il sistema dell'oppressione ed a mobilitare le persone. I membri di basso livello dell'esercito e della polizia si trovano ora in un dilemma.
Non tener conto degli ordini che ricevono potrebbe metterli nei guai, ma obbedire a tali ordini mette a rischio la loro anima, in questo devoto paese buddista. Se il movimento riesce a raggiungere una massa critica, alcuni soldati e poliziotti esiteranno ad impegnarsi nella repressione, perche' sapranno che persone delle loro stesse comunita' e famiglie potrebbero essere ferite.
Questo e' stato il caso della Serbia, durante la sollevazione nonviolenta contro Slobodan Milosevic, conosciuto anche come "il macellaio dei Balcani". Quando ai poliziotti serbi fu chiesto perche' non obbedivano completamente agli ordini, alcuni risposero che non potevano sparare sulla folla, perche' non sapevano se la' in mezzo c'erano anche i loro figli. Un segno decisivo della pianificazione operata dal movimento birmano e della sua forza e' la capacita' che sta dimostrando di saper mantenere la disciplina nonviolenta. Nonostante gli orrori commessi dal regime nei giorni scorsi, non un singolo dimostrante ha risposto con la violenza.
E perche' dovrebbero? Cio' darebbe solo al regime piu' scuse per la repressione, e forse permetterebbe ad alcuni militari e poliziotti di razionalizzare degli atti che altrimenti non si sognerebbero mai di commettere.
Il mantenimento della disciplina nonviolenta, assieme al crescente numero di differenti soggetti che si impegnano a resistere in Birmania, ha guadagnato al movimento molta simpatia internazionale, e sara' un fattore cruciale per costruire la sua stessa legittimazione.
Le ultime notizie che serpeggiano fra i vicoli e le strade di Rangoon dicono che la moglie del generale Than Shwe, il capo della giunta militare, sta comprando casa a Dubai.
Invece che chiedersi se la repressione della rivoluzione color zafferano ha avuto successo, forse e' piu' intrigante porsi questa domanda: "Chi e' che ha piu' paura, e di chi?".


